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Izidoo, una metodologia che viene da lontano

L’articolo che vi proponiamo prende le mosse da una domanda che, come consulenti, ci sentiamo spesso rivolgere da chi, più o meno da vicino, frequenta il nostro percorso professionale e umano: “Ma voi, che lavoro fate?”.
A questa domanda è spesso difficile rispondere in poche parole, dando un senso di esaustività senza ricorrere a tecnicismi. Abbiamo provato allora a ripercorrere, come gruppo di lavoro, il nostro passato e la storia della nostra società, insieme ad Adriano Pennati, uno dei soci fondatori (nell’odierno lessico startup un co-founder… ).

Comprendere da quale radici sia partita l’avventura di Izidoo può infatti essere utile per rispondere alla domanda fatidica sulla nostra identità. 

Consulente e instructional designer, Pennati ha operato a partire dagli anni ’80 nel settore scolastico e aziendale quando, insieme ad Angelo Roncari e Giuseppe Braga ha fondato Satef (Studio Associato di TEcnologie Formative), società antesignana di quella che dal 2024 è divenuta Izidoo. Insieme, si sono avvalsi del riferimento metodologico e della supervisione professionale di Maria De Benedetti.

Dalla scuola all’impresa: la genesi del “compito reale”

Tutto è iniziato a cavallo tra il 1979 e il 1980, con vari progetti di collaborazione con le scuole (fra i quali l’allora Quinquennio Sperimentale di Gubbio) con l’obiettivo di supportare i docenti nella sperimentazione di percorsi non basati solo sulla programmazione dell’insegnamento ma sulle dinamiche funzionali dell’apprendimento.

L’intuizione nasceva da una riflessione metodologica della De Benedetti: la metodologia del compito reale.
A partire dagli anni 2000, molti elementi e molti spunti di questa metodologia sono stati accolti all’interno dei programmi ministeriali per la scuola primaria e secondaria, attraverso lo strumento didattico del “compito di realtà”.

Secondo questa metodologia, l’apprendimento scaturisce da una presa in carico autentica, pratica, per l’appunto “reale”, che richiama conoscenze e attiva abilità e responsabilità concrete.

Questo approccio ha successo se permette di esercitare due differenti tipi di conoscenza: quella di performance (apprendimenti emersi con il “fare”) e quella di competence (apprendimenti scaturiti dalla rielaborazione a posteriori in forma concettuale e dall’ampliamento conoscitivo). 

Fra i casi significativi di applicazione della metodologia del compito reale possiamo ricordare ad esempio la consulenza fornita da un gruppo di studenti (sotto la guida dei loro insegnanti), ad un progetto di riorganizzazione dei servizi socio sanitari locali, in seguito all’istituzione del SSN.

Dopo questa prima fase, all’inizio degli anni ’80, il modello proposto in prima istanza nel contesto della scuola venne trasferito e riproposto nel mondo dell’impresa.

La figura del formatore come consulente

Queste dunque le premesse. Ma come rispondere alla domanda di partenza, “Che lavoro fate?”.


Pennati risponde con una metafora:
“Quando si fa un liquore, di norma si lasciano i frutti a macerare per un determinato periodo, dopodiché si raccolgono in un panno o in un setaccio fine e si strizzano, fino a far cadere il succo all’interno di un recipiente. Ecco, il formatore non riempie vasi vuoti, ma soprattutto “strizza”, estrae competenze già presenti nei partecipanti alla formazione: poi, se ne mancano rispetto a quelle necessarie, ne facilita la ricerca e l’apprendimento. Il suo compito è facilitare la ricerca, l’acquisizione, l’organizzazione e l’agire coerente delle competenze, non trasmetterle.

Prosegue poi con una citazione di Maria De Benedetti:
“La responsabilità, non l’informazione, è il motore dell’apprendimento.

Il consulente deve quindi creare situazioni in cui il partecipante ha responsabilità reali — su un compito, un risultato, una decisione. È un approccio maieutico: il consulente pone soprattutto domande che mettono in crisi stereotipi e certezze, aiutando chi ha di fronte a trovare la propria soluzione.

“Se le certezze e gli stereotipi di chi abbiamo di fronte non entrano in crisi, vuol dire che ha ragione lui e che l’approccio da parte del consulente va modificato”, conclude.

L’applicazione del metodo per compiti reali nel settore industriale

Questo modo di intendere la figura del consulente, e la validità del modello dell’apprendimento per compiti reali, ha consentito al gruppo di lavoro di Satef, a partire dalla metà degli anni ’80, di collaborare con società e contesti industriali fortemente strutturati, dei veri colossi dell’epoca.

Sono questi i casi di Alfa Romeo e Fiat, dove il gruppo di lavoro lancia il primo ponte con il mondo manufacturing: che si trattasse di formare i capi reparto o di internalizzare il know-how tecnico della manutenzione dello stabilimento, il  metodo del compito reale si dimostrò funzionale al raggiungimento di concreti obiettivi di efficienza produttiva.

Negli anni ’90 il gruppo lavora quindi in misura rilevante per Isvor Fiat (la scuola di formazione del gruppo torinese), dove introduce strumenti a quel tempo decisamente innovativi, come:

  • il contratto formativo: obiettivi, vincoli, ruoli, condizioni di successo condivise;
  • l’uso di simulazioni e roleplay per sviluppare capacità relazionali e comunicative;
  • la valutazione sul modello dei quattro livelli di Kirkpatrickreazione, apprendimento, trasferimento, risultati.

Nuovi settori di sviluppo: la Pubblica Amministrazione e la formazione comportamentale

Pressoché in contemporanea, dalla prima metà degli anni ‘90, Satef collabora con il Ministero degli Interni nella sperimentazione di nuove modalità di formazione per agenti ed funzionari.
In questo caso, l’applicazione della metodologia del compito reale si concretizza ad esempio nella partecipazione degli Allievi di Polizia Stradale alla normale attività di pattuglia sulle statali e sulle tratte autostradali, guidati da Sovrintendenti esperti; dove invece non era possibile operare in situazioni reali, vennero proposte simulazioni realistiche di compiti istituzionali, come ad esempio la gestione di eventi pubblici e il controllo del territorio.

In parallelo nasce una riflessione sulla formazione comportamentale che trova una sua compiuta realizzazione nell’ambito della sicurezza sul lavoro,  in particolare nel settore delle costruzioni.
A tal proposito Pennati afferma:

Sussisteva sempre una distanza difficilmente colmabile tra chi conosce la normativa e gli operatori che devono esercitarla nel concreto, anche seguendo corsi di formazione. La necessità dunque era quella di tradurre la sicurezza in comportamenti osservabili, non in elenchi di articoli di legge.

Il progetto Sicuri per mestiere  rappresenta l’applicazione più matura di questo pensiero: ispirato alla Behavior Based Safety (BBS), ma integrato con psicologia sistemica, attivazione dei lavoratori come protagonisti, politiche di rinforzo positivo e un approccio partecipativo. 

Ecco che nella promozione della sicurezza come “cultura condivisa e rinforzo sociale”, ritroviamo la visione di un consulente/formatore come facilitatore e catalizzatore delle potenzialità del discente. La descrizione della prima esperienza di applicazione è documentata in Sicuri per mestiere: una storia non ordinaria di sicurezza in cantiere, pubblicato da il Mulino, nel 2012.

L’evoluzione metodologica dal “compito reale” alla “simulazione complessa”

Pur rimanendo un punto fermo, la metodologia del compito reale, negli anni, si è evoluta.
“Dove il compito reale non è possibile, per motivi di sicurezza o contesto, si ricorre a simulazioni verosimili. L’obiettivo resta riprodurre la complessità reale per sviluppare competenze contestuali e non astratte. In questo modo si riescono a veicolare messaggi complessi e disinnescare ansie e paure. La semplicità diventa “una complessità finalmente compresa”.

In queste parole possiamo cogliere il passaggio di eredità professionale e concettuale con Izidoo, il cui motto è per l’appunto “complexity made easy”.

Nel corso della conversazione, Pennati insiste poi su due pilastri universalmente validi: l’etica professionale e la responsabilità sociale del formatore. Su quest’ultimo punto ha affermato: “Compito del formatore è quello di aiutare persone e organizzazioni ad apprendere davvero, non semplicemente “fare corsi”. La formazione efficace è partecipata, situata, valutabile e trasformativa. Il successo non è nell’aula, ma nei comportamenti che cambiano sul campo.

Parafrasando Chris Lowney, autore di un volume sulla leadership ispirata alla tradizione gesuita, la leadership nasce dall’interno: conta tanto chi siamo quanto ciò che facciamo, quindi la formazione vale quando cambia identità professionale e pratiche quotidiane, non quando riempie calendari.”

Ancora oggi il team di lavoro di Izidoo si ispira a quei punti fermi che hanno guidato la riflessione e il posizionamento dei fondatori, raccontati da Pennati in questa conversazione:

  • la formazione efficace nasce da una responsabilità condivisa da consulente e organizzazione;
  • la pratica precede e rende tangibile la teoria;
  • il consulente deve facilitare l’apprendimento e il cambiamento, non spiegare una disciplina;
  • l’etica del team è parte integrante del valore formativo trasmesso.
 
In conclusione, questo articolo ha voluto restituire il ritratto di un professionista che, attraversando quarant’anni di storia della formazione italiana, ha mantenuto saldo un principio fondativo: l’apprendimento è un’esperienza autentica che nasce dalla responsabilità individuale e dalla riflessione collettiva.


 

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