Giornata di riordino delle idee e della scrivania: capita per le mani una rivista di settore del 2022 che titola: “Il ritorno della leadership – non è più tempo di personalismi, il leader di oggi si mette a disposizione della collettività”. Il claim suona decisamente stonato: sono passati appena pochissimi anni e, se ci guardiamo attorno, a che cosa stiamo assistendo?
Un manipolo di miliardari, abituati per censo all’esercizio sfrenato del potere, cresciuti nel mito identitario di un interesse senza regole, si sfida nell’applicazione brutale di una leadership onnipotente, aggressiva, tanto libera dai vincoli delle leggi morali ed internazionali quanto violenta nel semplificare la realtà.
La leadership che non riconosciamo più
Restiamo disorientati, noi che abbiamo studiato ed elaborato per decenni (anzi, secoli) la pratica di una leadership visionaria, abilitante, solidale; una leadership al servizio della collettività, esemplare nei suoi valori, orientata alla crescita individuale e al benessere collettivo, capace di dare senso al lavoro e adattarsi per il meglio alle situazioni, in grado di nutrire la motivazione degli individui verso il raggiungimento di risultati di progresso nel business e nella scienza, alimentata dall’ascolto e dall’empatia, oggetto di ammirazione e fonte di carisma.
Negli anni, e col variare dei modelli, abbiamo tratteggiato, esaltato, blandito figure di leaders nell’industria e nella società che rispecchiavano i valori di progresso della civiltà ed incarnavano il mito dell’ “àristos emòn”, il migliore fra noi cui rivolgere lo sguardo in cerca di ispirazione.
Oggi tutto questo sembra dimenticato, “perduto nel tempo come lacrime nella pioggia” (cit.) in favore di una classe di leader che, a livello mondiale, rappresenta l’umanità nella peggiore manifestazione dei suoi difetti: leader aggressivi, accecati dal potere, privi di qualsiasi empatia (“anti-patici” cioè), autoriferiti, megalomani e violenti, decisionisti ma approssimativi, potentissimi ma superficiali, individualisti fino all’immoralità, al solo servizio di sé stessi e degli interessi ristretti dei gruppi di potere che li sostengono, guidati dal fanatismo e dall’arbitrio. Esattamente tutto ciò che non vorremmo mai da un leader nelle nostre organizzazioni.
Perchè allora siamo disposti a tollerare questa deriva?
Certamente è un impulso che ha a che fare con una crisi globale del modello di società, con l’incertezza del futuro e la disuguaglianza nella distribuzione delle risorse; quando la competizione si trasforma in conflitto, il bene collettivo perde attrattività a favore della difesa dell’individualismo, e di conseguenza scegliamo leader in grado di dare risposte forti a questo bisogno di sicurezza, facendo leva su paure e malintesi sensi di appartenenza.
Questo leader è colui (o colei) che dalla sua posizione di potere può permettersi di pensare, dire e realizzare tutti i nostri “guilty thoughts”, quei pensieri neri, inconfessabili, controversi che agitano le nostre viscere di fronte all’incertezza della realtà, e così facendo ci rassicura: “Io sono come te, penso come te, agisco come vorresti agire tu. Io ispiro il peggio che c’è in te, sei libero di mostrarlo senza paura”.
Inutile dire che, anche da ciò che stiamo vedendo in questi tempi, questo modello di leadership va in una direzione che non può piacerci: porta al conflitto, alla sopraffazione, allo scontro tra civiltà, alla discriminazione, all’odore di morte.
Dalla leadership vogliamo altro
Vogliamo chiarezza sulla visione di un futuro desiderabile, certezza di saper affrontare la complessità con il giusto livello di approfondimento, comportamenti virtuosi da portare a modello ai nostri figli, linguaggio appropriato e rispettoso delle differenze, comunione di scopi ed obiettivi, rigore nell’osservanza delle regole che sostengono la società, rifiuto della violenza e della prevaricazione, rispetto assoluto dei valori comuni.
Ecco perchè noi, italiani ed europei, cresciuti in tempo di pace e prosperità economica ed intellettuale, nutriti da secoli di pensiero filosofico ed umanistico, nella nostra comune appartenenza possiamo trovare le risposte giuste: dobbiamo continuare a credere ostinatamente nella pratica di un modello di società e di organizzazione più umano, aperto ed inclusivo, nella certezza che un’altra leadership tornerà ad essere possibile, ispirata dal valore universale del progresso umano per tutti.
Deve per forza andare così. O almeno, lavoreremo in quella direzione con ostinata fiducia.