Un paradosso del presente
C’è un vecchio proverbio anglosassone che suona così: “The more you see, the less you know” (Più vedi, meno sai). Questa frase riassume alla perfezione la nostra relazione attuale con l’informazione. Mai come oggi, a ogni età, interagiamo con un’enorme quantità di testi, dalle forme più semplici ai massimi livelli di approfondimento. La cosa sconcertante è che, mai come in questi decenni, li comprendiamo così poco.
È il paradosso del nostro tempo: siamo circondati dalle parole, ma sempre più spesso non ne possediamo il pieno senso. In Italia, e a livello internazionale, vediamo crescere due problemi strettamente correlati: l’analfabetismo funzionale – la difficoltà a usare le competenze apprese nello studio, nella vita e nel lavoro – e il cosiddetto analfabetismo di ritorno, ovvero la perdita progressiva di tali competenze.
Al centro di questo deterioramento c’è l’impoverimento lessicale, un fenomeno che ne è al tempo stesso causa e conseguenza. Questo impoverimento mina la nostra possibilità stessa di pensare la complessità e, cosa ancora più grave, ostacola l’emancipazione culturale e personale in molti aspetti della nostra vita.
Il quadro attuale: i numeri della regressione linguistica
La regressione linguistica non è un’ipotesi, ma una realtà documentata da numeri inequivocabili. I dati attuali ci mettono di fronte a una crisi profonda:
- secondo il rapporto sulla dispersione scolastica e la povertà educativa, pubblicato da Save the Children nel 2022, circa il 51% dei giovani italiani tra i 15 e i 18 anni, non è in grado di raggiungere un livello di competenze sufficiente nelle discipline matematiche mentre la percentuale scende al 44% per quanto riguarda l’italiano;
- tra gli adulti, il 35% interpreta solo frasi brevi e lineari, bloccandosi di fronte a testi articolati o grafici complessi;
- la nostra “dieta” lessicale si è ridotta: i più giovani padroneggiano un vocabolario di circa 700 parole al giorno, contro le 1.100 degli anni ’90.
Questa erosione del vocabolario non è solo un problema di comunicazione: è un attacco diretto alla nostra capacità di pensare. Senza un lessico ricco, si diffonde l’incapacità di creare collegamenti tra concetti, determinare rapporti di causa-effetto e sviluppare il pensiero astratto, essenziali per un’analisi approfondita dei messaggi che riceviamo.
Educatori e linguisti associano questa regressione all’acuirsi del divario sociale e culturale nelle società occidentali. La competenza linguistica è, a tutti gli effetti, un prerequisito fondamentale non solo per l’apprendimento, ma per l’esercizio dei diritti e doveri di cittadinanza. Il punto cruciale è questo: senza linguaggio complesso, non è possibile un pensiero critico complesso.
L’analfabetismo di ritorno: il prezzo nascosto della scroll culture
L’analfabetismo di ritorno non è un banale “non sapere”, ma un allarme di fragilità culturale e sociale. Indica la progressiva perdita delle competenze linguistiche acquisite in passato. Le cause?
La mancanza di esercizio, la disabitudine alla lettura e la sostituzione dei testi riflessivi con un rapido scorrimento di parole e immagini.
I numeri confermano l’allarme: l’indagine OCSE-PIAAC rivela che oltre il 30% degli adulti italiani non riesce a comprendere testi complessi. Queste persone si limitano a contenuti elementari, il che mina la loro partecipazione informata alla vita sociale, economica e politica, creando una base di cittadini meno consapevoli e lavoratori meno autonomi.
Il ruolo dei social media: attenzione frammentata e polarizzazione
A peggiorare il quadro è la comunicazione frammentata dei social media. La scroll culture ha ridefinito i nostri tempi cognitivi: l’attenzione è continuamente sollecitata, ma non la concentrazione. La velocità di esposizione ha preso il posto della profondità interpretativa. Senza un linguaggio articolato, il mondo si riduce a semplici impressioni e a dinamiche di polarizzazione.
Questo meccanismo rende l’attenzione discontinua e reattiva, orientata alla risposta immediata invece che all’analisi. In questo scenario, la capacità di concentrazione prolungata – essenziale per l’apprendimento complesso – si indebolisce drasticamente.
Le conseguenze nel mondo del lavoro
Nel mondo del lavoro, questa dinamica si traduce in un limite operativo. La formazione e l’aggiornamento professionale richiedono imprescindibilmente lettura critica, riflessione e memorizzazione concettuale.
Questi processi sono incompatibili con la logica della frammentazione. La conseguenza è un saper fare meccanico, che spesso manca di solide basi concettuali.
IA e linguaggio: il rischio della standardizzazione
Nel dibattito sull’impoverimento linguistico, il Presidente Sergio Mattarella ha lanciato un allarme sul rischio di depauperamento da neolinguaggi a causa dell’Intelligenza Artificiale. La sua posizione è chiara: la lingua è uno strumento di libertà ed emancipazione, e la povertà lessicale alimenta l’esclusione e la sudditanza.
Il timore è che l’IA, con la sua “vocazione esclusivamente funzionale alla mera operatività digitale”, possa acutizzare questo problema, riducendo il pluralismo linguistico e appiattendo il pensiero.
L’uso meramente funzionale dell’IA – volto a produrre testi rapidi e ottimizzati – standardizza il linguaggio.
Questo processo:
- riduce la varietà lessicale e appiattisce lo stile;
- elimina le ambiguità;
- produce un linguaggio prevedibile che favorisce la chiarezza strumentale rispetto alla profondità semantica.
Questa uniformità a lungo termine indebolisce la capacità di pensare criticamente, poiché il linguaggio è il principale veicolo del pensiero astratto. L’AI deve perciò restare uno strumento di estensione e non di sostituzione del linguaggio umano.
Il problema non è eliminare la complessità, ma domarla: nel prossimo articolo, analizzeremo le strategie di divulgazione e formazione per imparare a rendere accessibile la conoscenza senza impoverirla, trasformando la lingua da ostacolo a ponte verso il pensiero critico.